Cannabis terapeutica: quando è utile nel trattamento del dolore
- Dr. Emanuele Piraccini

- 3 giorni fa
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La cannabis terapeutica è entrata negli ultimi anni nel repertorio clinico della terapia del dolore, portando con sé un carico di aspettative spesso sproporzionato rispetto alle evidenze disponibili. Non è una panacea, non è una terapia di prima scelta, e non è adatta a tutti. È invece una possibile opzione in casi selezionati, da valutare all’interno di un percorso specialistico strutturato.
Capire quando ha senso considerarla, come agisce e quali sono i suoi limiti reali è il primo passo per un utilizzo appropriato.
Cos'è la cannabis terapeutica?
La cannabis terapeutica consiste nell’utilizzo di preparazioni standardizzate a base di cannabinoidi — principalmente THC (tetraidrocannabinolo) e CBD (cannabidiolo) — per il trattamento di specifiche condizioni cliniche. In Italia è prescrivibile dal medico su ricetta non ripetibile, in formulazioni importate o prodotte dall’Istituto Chimico Militare di Firenze, l’unico produttore nazionale autorizzato.
Non si tratta di un farmaco nel senso convenzionale del termine: le preparazioni disponibili non hanno superato l’iter registrativo dei medicinali classici, ma sono utilizzate in regime di uso compassionevole o off-label sulla base di un corpus crescente di evidenze cliniche.
È utile distinguere due categorie che l’espressione «cannabis terapeutica» tende a confondere. La maggior parte dell’impiego clinico riguarda le preparazioni magistrali galeniche, allestite in farmacia a partire dalle infiorescenze e somministrate come olio o per vaporizzazione. Accanto a queste esistono alcuni farmaci cannabinoidi registrati, che hanno completato l’iter regolatorio per indicazioni approvate specifiche: è il caso del nabiximols, autorizzato per la spasticità nella sclerosi multipla. Sono strumenti diversi per statuto normativo e modalità di prescrizione, che a mio avviso vanno tenuti distinti quando si valuta il razionale di un trattamento.
Per quali patologie è indicata la cannabis terapeutica
La cannabis terapeutica trova il suo spazio principale nel dolore neuropatico refrattario alle terapie convenzionali. È l’ambito in cui il razionale è più solido, perché i meccanismi su cui agiscono i cannabinoidi coincidono con quelli che sostengono questo tipo di dolore. Le condizioni più rappresentate negli studi, in linea con le raccomandazioni EFIC (European Federation of IASP Chapters), comprendono le neuropatie periferiche, la nevralgia post-erpetica e il dolore neuropatico associato alla sclerosi multipla. Anche in questi ambiti, però, l’effetto atteso è modesto e non costante: una parte dei pazienti ne trae un beneficio apprezzabile, molti no, ed è corretto dirlo con chiarezza fin dall’inizio del percorso.
Può essere considerata anche in alcune forme di dolore cronico non oncologico — come il dolore da fibromialgia o alcune sindromi dolorose di interesse reumatologico — nei pazienti che non rispondono o non tollerano i trattamenti di prima e seconda linea. In questi casi l’evidenza è più debole e la decisione è strettamente individuale.
Un punto merita chiarezza, perché il senso comune tende a suggerire il contrario. Nel dolore oncologico, l’aggiunta di cannabinoidi alla terapia con oppioidi già in corso non ha dimostrato, negli studi controllati, un beneficio sul dolore superiore al placebo. Il ruolo della cannabis in oncologia, quando c’è, riguarda altri sintomi — in particolare la nausea e il vomito indotti dalla chemioterapia — non il controllo del dolore. Presentarla come opzione analgesica consolidata per il paziente oncologico significherebbe attribuirle un merito che le prove, ad oggi, non sostengono.
La cannabis terapeutica non è comunque indicata come alternativa alle terapie con evidenze più solide nelle fasi iniziali del trattamento, né come soluzione autonoma. Il suo spazio è quello del dolore cronico refrattario, all’interno di un percorso più ampio che comprende l’ottimizzazione farmacologica, l’eventuale approccio interventistico e la gestione delle componenti associate al dolore cronico.
THC e CBD: cosa cambia
Il profilo terapeutico di una preparazione dipende in larga misura dal rapporto tra le sue due molecole principali. Il THC ha l’effetto analgesico più diretto, ma è anche responsabile degli effetti psicoattivi e di buona parte degli effetti indesiderati. Il CBD non ha attività psicoattiva: possiede proprietà antinfiammatorie e ansiolitiche, modula indirettamente il sistema endocannabinoide e attenua alcuni effetti del THC.
Da qui deriva la distinzione, frequente anche nelle ricerche dei pazienti, tra cannabis a prevalenza di THC e preparazioni orientate al CBD. Le formulazioni a maggior contenuto di cannabidiolo vengono preferite quando è prioritario contenere gli effetti psicoattivi; un rapporto più spostato verso il THC può essere scelto quando l’obiettivo analgesico prevale e il paziente tollera bene la componente psicoattiva. Non esiste un rapporto ottimale valido per tutti: la scelta è una variabile clinica, che dipende dal tipo di dolore, dalle comorbidità e dalla risposta individuale. Per questo la titolazione — l’aggiustamento progressivo del dosaggio e del rapporto tra le molecole — è parte integrante del trattamento, non un dettaglio secondario.
Come agisce sul dolore
I cannabinoidi esercitano la loro azione attraverso il sistema endocannabinoide, una rete di recettori distribuiti nel sistema nervoso centrale e periferico, nel midollo spinale e nei tessuti periferici. I recettori CB1 e CB2 modulano la trasmissione del segnale doloroso, l’infiammazione neurogenica e i meccanismi di sensibilizzazione centrale — inclusi i processi di wind-up, riconosciuti dalle linee guida IASP sul dolore neuropatico come target terapeutico rilevante.
Sul piano clinico, questo si traduce in una riduzione dell’iperattività delle vie del dolore, un effetto sui processi di sensibilizzazione — particolarmente rilevante nel dolore cronico — e un miglioramento della qualità del sonno, che nei pazienti con dolore persistente è quasi sempre compromessa.
Effetti collaterali e controindicazioni
Come ogni terapia, la cannabis terapeutica ha un profilo di rischio che deve essere valutato caso per caso. Gli effetti collaterali più frequenti sono sonnolenza, vertigini, secchezza delle fauci e alterazioni della concentrazione, soprattutto nelle prime settimane di trattamento. In alcuni pazienti, in particolare con storia di disturbi d’ansia o vulnerabilità psichiatrica, può comparire ansia, tachicardia o disforia.
Le principali controindicazioni includono la storia personale o familiare di psicosi, l’età inferiore ai 25 anni per il rischio di interferenza con lo sviluppo cerebrale, la gravidanza e l’allattamento, e alcune condizioni cardiovascolari. L’uso concomitante con benzodiazepine o oppioidi richiede attenzione particolare per il rischio di potenziamento della sedazione.
Per questi motivi la prescrizione non può prescindere da una valutazione specialistica: la scelta della preparazione, il rapporto THC/CBD, il dosaggio iniziale e la titolazione progressiva sono variabili cliniche che richiedono esperienza specifica.
Un'opzione in più, non una scorciatoia
Il messaggio che emerge dall’esperienza clinica è coerente: la cannabis terapeutica funziona meglio quando viene inserita in un percorso terapeutico strutturato, non quando viene usata come ultima spiaggia dopo anni di trattamenti non coordinati. I pazienti che ne traggono maggiore beneficio sono quelli con un profilo clinico ben definito, una diagnosi del meccanismo del dolore accurata e aspettative realistiche.
Chi convive con un dolore cronico complesso e si interroga sulla cannabis terapeutica come possibile opzione dovrebbe partire da una valutazione specialistica che consenta di capire se l’indicazione c’è, quale preparazione è più adatta e come integrarla nel percorso in corso. Usarla senza questo inquadramento significa rinunciare a buona parte del suo potenziale terapeutico.
Contenuto redatto dal Dr. Emanuele Piraccini, Direttore U.O. Terapia del Dolore, Ospedale Bellaria — AUSL Bologna.
La cannabis terapeutica è prescrivibile nell'ambito di percorsi specialistici dedicati al dolore cronico complesso, con particolare attenzione alla selezione del paziente, alla titolazione progressiva e al monitoraggio degli effetti nel tempo.




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